Che Rabbia!” Capire e Gestire la rabbia dei bambini

A volte ci si può ritrovare in difficoltà davanti a certi comportamenti dei bambini, come ad esempio pianti disperati, comportamenti aggressivi verso gli altri o scatti di rabbia.

In questo articolo cerchiamo di capire perché possono succedere tali episodi emotivamente carichi e come potervi far fronte nel migliore dei modi possibile, per aiutare i nostri bambini a gestire e comprendere le loro emozioni in modo funzionale.
Le emozioni sono dei processi attivati da stimoli scatenanti esterni ed interni alla persona e servono alla nostra sopravvivenza perché permettono di adattarsi al proprio ambiente ed interagire con gli altri, per questo è bene definire positive tutte le emozioni.

Alcune emozioni, che comunemente definiamo “negative”, possono essere definite distruttive (ad esempio la rabbia) quando non vengono modulate, gestite e canalizzate in modo funzionale.

 

Come si fa a gestirle? Si impara e se si quando?

Quando il bambino nasce è tutto “corpo e sensorialità” pertanto le manifestazioni fisiche sono correlate con quelle emozionali e viscerali.

È fondamentale che i genitori si relazionino con il proprio figlio in modo empatico (comprensione degli stati emotivi e mentali) in modo tale che in primis il neonato si percepisca “sentito e compreso” a livello profondo nella mente dei propri genitori ed in secundis i genitori, dando nome alla parte emozionale del neonato, fanno in modo che il figlio inizi a dare un nome alle sensazioni che prova facendone esperienza.
Questo è un impegno che dovrebbe iniziare fin dai primi istanti di vita, anzi, fin dalla fase prenatale perché è ormai noto che i modi (gesti, parole, tono della voce,..) in cui le madri interagiscono con il bambino durante la gravidanza, lasciano un segno molto significativo su di esso.

 

Come fare quando nostro figlio è in preda alla rabbia? Quando mette in atto comportamenti aggressivi?

 

Il bambino non può imparare a controllare l’aggressività e le emozioni
negative se non ha avuto la possibilità di provarle, di conoscerle in prima persona.
Solo così può valutarne la forza e trovare in sé le risorse per imbrigliarle e,
se possibile, utilizzarle per scopi vantaggiosi”.
M.Harris

 

Innanzitutto è importante specificare che l’aggressività (“andare verso”) è un’energia vitale che porta il bambino (ma anche l’adulto) verso l’oggetto desiderato e può svilupparsi adeguatamente o distorcersi verso eccessi e distruttività oppure inibizione.

Per comprendere meglio, facciamo un esempio di una delle prime manifestazioni dell’aggressività nel corso della vita, ovvero il neonato che ricerca e succhia il capezzolo della madre.

L’energia aggressiva può essere espressa in forma distruttiva (ad esempio rompere o lanciare oggetti) oppure costruttiva (ad esempio gattonare per andare a prendere un oggetto oppure trattenere un oggetto che un altro bambino ci vuole prendere).

È compito dell’adulto aiutare il bambino a canalizzare in modo costruttivo questa energia utilizzando il linguaggio e l’empatia: l’adulto dovrebbe intercettare lo stato emotivo del bambino, cercare di comprendere il senso e poi trasformarlo in gesti e parole che portino alla risoluzione, proponendo al bambino una risposta speculare e complementare all’emozione che lui prova.

 

Ad esempio, cosa potremmo dire ad un bambino che morde o graffia un altro bambino?

Dirgli “no, questo non si fa!” non è d’aiuto al bambino, anzi percepisce che, oltre al comportamento messo in atto, anche l’emozione che lui prova è sbagliata rischiando così di inibirlo, non legittimando ciò che sente. Per ovviare a questo, si potrebbe direvedo che sei proprio tanto arrabbiato, però non si fa male agli altri bambini se si è arrabbiati, vieni che ti porto un cuscino su cui puoi sfogarti (oppure “vieni che usiamo il pongo, lo modelliamo, lo rompiamo…”, oppure “vieni che andiamo a farci una corsetta” a seconda dell’età del bambino) in modo da legittimare ciò che sente, insegnandogli a canalizzarlo ed esprimerlo in modo funzionale e costruttivo.

Concludiamo questo articolo con alcune frasi “di uso comune” che vengono dette ai bambini:

 

  • “ma non devi piangere, non si piange per queste cose!”;
  • “non piangere che poi ti vengono gli occhi brutti”;
  •  “ma dai non fare così che poi la mamma è triste”;
  •  “sei un maschio e i veri maschi non piangono!”;
  •  “dai non fare la femminuccia, i maschietti non hanno paura di nulla!”;
  •  “non ti arrabbierai mica per queste cavolate dai, c’è di peggio!”.

 

Queste frasi, ripetute nel tempo, fanno sentire il bambino sbagliato di fronte ad un’emozione molto intensa che lui sta provando, impedendogli così di entrarci in contatto portandolo probabilmente ad inibirla oppure a sentirsi in balia di tale emozione non avendo gli strumenti per saperla gestire.

Pertanto sottolineiamo nuovamente l’importanza del ruolo degli adulti nella comprensione e dell’espressione delle emozioni dei bambini.

Riflettiamo bene su quello che diciamo ai bambini perchè cose che per noi sono piccole, per loro possono essere enormi!

 

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Dott.ssa Giulia Braghetta psicologa dell’età evolutiva iscritta all’ordine degli psicologi del Veneto, svolge la libera professione in provincia di Padova e di Verona.

Collabora con diversi enti, comuni e scuole e ha pubblicato due libri nel 2016: “La violenza intrafamiliare nella coppia. Gli effetti della violenza perpetrata dal proprio partner” e “Costanza dei colori visti attraverso veli colorati reali. L’influenza di un filtro nella percezione del colore”.